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Il Seicento

La peste del 1630

L'epidemia che dimezzò Milano, e la caccia agli untori.

L'arrivo

La peste entra in Lombardia nell'autunno del 1629 con le truppe imperiali. I primi casi sono segnalati nei paesi lungo il loro percorso; in città arriva poco dopo. Per tutto l'inverno il male resta contenuto, e questo aiuta chi vuole negarlo.

Il rifiuto

È il punto su cui Manzoni insiste nel capitolo 31. I medici che danno l'allarme, come Lodovico Settala e Alessandro Tadino, non sono creduti; il tribunale della sanità agisce tardi; il governatore pensa alla guerra. Il popolo insulta chi parla di peste.

L'esplosione

Con la primavera del 1630 i morti si moltiplicano. L'11 giugno, cedendo alle pressioni, il cardinale Federigo permette una processione solenne con il corpo di san Carlo (capitolo 32): da quel giorno il contagio dilaga. Nei mesi peggiori il lazzaretto arriva a contenere sedicimila malati. La città perde, secondo le stime, quasi la metà degli abitanti.

Gli untori

Poiché non si vuole ammettere una causa naturale, se ne cerca una umana: persone che spargerebbero il morbo con unguenti. Bastano un gesto o un sospetto per essere linciati. I tribunali processano e condannano. Il caso più noto è quello di Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, giustiziati nel 1630: sul luogo della casa del Mora, demolita, fu eretta una colonna a ricordo dell'«infamia». A quel processo Manzoni dedicò la Storia della colonna infame, pubblicata in appendice all'edizione definitiva del romanzo.

La fine

L'epidemia si esaurisce nell'autunno del 1630 e nei mesi seguenti. Nel romanzo la segna la grande pioggia del capitolo 37.