Il Seicento
La Storia della colonna infame
Il processo agli untori del 1630 e il libro che Manzoni volle in fondo al romanzo.
Che cos'è
È un breve saggio storico di Manzoni, pubblicato in appendice all'edizione definitiva dei Promessi sposi (1840-1842). Nel capitolo 32 il narratore, arrivato ai processi contro gli untori, dice di non poterne trattare lì e rimanda «a un altro scritto»: è questo.
I fatti
Nell'estate del 1630, a Milano, una donna, Caterina Rosa, dice di aver visto un uomo ungere i muri della sua strada. L'uomo è Guglielmo Piazza, commissario di sanità. Arrestato e torturato, con la promessa dell'impunità, accusa un barbiere, Gian Giacomo Mora, di avergli dato l'unguento. Anche il Mora, sotto tortura, confessa e fa altri nomi. I due vengono condannati a un supplizio atroce e giustiziati.
La casa del Mora viene demolita e al suo posto si erige una colonna, con un'iscrizione che ricorda il delitto e la pena: la «colonna infame». Fu abbattuta nel 1778.
La tesi di Manzoni
Prima di lui se ne era occupato Pietro Verri, nelle Osservazioni sulla tortura, per dimostrare che la tortura produce false confessioni. Manzoni sposta la domanda: i giudici potevano capire che quegli uomini erano innocenti? La sua risposta è sì. Le leggi del tempo, per quanto ingiuste, non li obbligavano a condannare; lo fecero perché la città voleva dei colpevoli e loro non ebbero il coraggio di negarglieli.
È la stessa idea che regge il romanzo: i tempi e le circostanze spiegano molto, ma non tolgono la responsabilità di ciascuno.
Perché sta in fondo al romanzo
Nella prima stesura la vicenda occupava alcuni capitoli della parte sulla peste. Manzoni la tolse per non spezzare il racconto e ne fece un'opera a sé, che per lui restava però il compimento dei capitoli sulla peste.