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Il Seicento

Milano sotto la Spagna

Chi comandava nello Stato di Milano nel 1628, e perché Manzoni lo descrive come un mondo di leggi inutili.

Uno Stato governato da lontano

Dal 1535 il ducato di Milano appartiene alla corona di Spagna, e vi resterà fino all'inizio del Settecento. Lo regge un governatore nominato dal re, di solito un militare che resta pochi anni: nel romanzo sono Don Gonzalo Fernández de Córdoba e poi Ambrogio Spinola. Accanto a lui stanno il gran cancelliere (Antonio Ferrer), il Senato, il Consiglio segreto, e per la città i decurioni e il vicario di provvisione.

Per la Spagna Milano è soprattutto una piazzaforte: un passaggio tra il Mediterraneo e la Germania, da tenere con le armi. La popolazione paga le guerre con le tasse e con l'obbligo di alloggiare i soldati.

Le gride e i bravi

Le leggi sono pubblicate sotto forma di gride, cioè di ordinanze lette nelle piazze. Manzoni ne cita una serie, nel capitolo 1, contro i bravi: tra il 1583 e il 1632 i governatori le ripetono, con pene sempre più gravi. La ripetizione è la prova del fallimento. I signori che mantengono i bravi sono gli stessi che siedono nei tribunali o che hanno amici che ci siedono.

Ne risulta una società in cui ciascuno cerca protezione in un gruppo: la nobiltà, il clero, le corporazioni. Chi non appartiene a nessuno, come un filatore di seta, è esposto.

Perché Manzoni sceglie questo secolo

Il Seicento lombardo gli offre un esempio compiuto di malgoverno: uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. E gli permette di parlare, senza nominarla, di un'altra dominazione straniera: quella austriaca del suo tempo.