Il romanzo
Che cosa ne hanno detto i critici
Da Goethe a Calvino: le letture più importanti dei Promessi sposi, anche quelle contrarie.
I primi lettori
Il romanzo ebbe subito un grande successo. Tra i primi ammiratori ci fu Goethe, che lo lesse appena uscito e ne parlò con entusiasmo al suo segretario Eckermann, pur trovando eccessive le parti storiche. In Italia lo salutarono come il libro che mancava: un romanzo moderno, scritto in una lingua che tutti potevano capire. Non mancarono le critiche: c'era chi lo trovava troppo religioso, troppo lungo, troppo poco romantico.
Francesco De Sanctis
Nell'Ottocento il critico più importante, Francesco De Sanctis, dedicò a Manzoni una serie di lezioni. Riconobbe nel romanzo un realismo nuovo, capace di rappresentare la vita comune, e vide in Manzoni il capo di una «scuola» che aveva riportato la letteratura italiana alla realtà.
Benedetto Croce
Nel primo Novecento Benedetto Croce espresse un giudizio più freddo. Ammirava l'opera, ma la considerava dominata da un intento morale e religioso, quasi oratorio, più che dalla libera fantasia del poeta. Il suo giudizio aprì una lunga discussione sul rapporto tra arte e fede nel romanzo.
Antonio Gramsci
Nei Quaderni del carcere Gramsci criticò l'atteggiamento di Manzoni verso il popolo. Gli umili del romanzo, osservò, sono guardati con benevolenza dall'alto, come oggetti di carità; hanno una vita interiore solo quando sono guidati da un religioso, e non sono mai protagonisti di una storia propria. È la critica di «paternalismo» che si ripete spesso ancora oggi.
Alberto Moravia
Nel 1960 Moravia scrisse un saggio intitolato Alessandro Manzoni o l'ipotesi di un realismo cattolico. Sostenne che il romanzo è costruito per dimostrare una tesi religiosa, e che per questo la realtà vi appare filtrata e a volte semplificata. Fu un giudizio provocatorio, molto discusso.
Italo Calvino
Nel 1973 Calvino propose una lettura diversa: I promessi sposi come «il romanzo dei rapporti di forza». Al centro, secondo lui, non c'è soltanto la Provvidenza, ma un mondo di poteri che si combattono e si sostengono a vicenda: il potere dei signori, quello dello Stato, quello della Chiesa. I personaggi si definiscono per la posizione che occupano in questa rete e per il modo in cui reagiscono alla forza degli altri.
Umberto Eco
Più che una lettura critica, quella di Eco è un omaggio: Il nome della rosa (1980) si apre con un manoscritto ritrovato, come I promessi sposi, e il gioco tra il narratore e la sua fonte richiama apertamente l'Introduzione manzoniana. È il segno di quanto il romanzo sia rimasto un punto di riferimento anche per gli scrittori di oggi.