Analisi e confronti
Il cardinale e don Abbondio
Capitoli 25 e 26: il colloquio in cui il curato deve rendere conto della sua paura.
Dove si trova
Dopo la liberazione di Lucia il cardinale Federigo Borromeo, in visita pastorale, arriva nel paese di Renzo e Lucia. Saputa tutta la storia, chiama Don Abbondio e gli chiede conto del matrimonio non celebrato (capitolo 25, capitolo 26).
Le ragioni del curato
Don Abbondio si difende come può. Racconta i bravi, le minacce, la pistola che si sentiva puntata. Ripete che la vita è la vita, che lui non è nato per fare l'eroe, e alla fine dice la frase rimasta famosa: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (capitolo 25). Mentre il cardinale parla, ogni tanto pensa con stizza che quelle sono le stesse ragioni che gli aveva dato Perpetua.
Le ragioni del cardinale
Federigo non contesta la paura: contesta che la paura sia una giustificazione per un prete. Chi ha accettato quel ministero ha accettato di esporsi per gli altri. Gli dice che avrebbe potuto rivolgersi a lui, e che avrebbe trovato protezione. E gli indica il punto: «Amare, figliuolo; amare e pregare» (capitolo 26). Se avesse amato quei due giovani, avrebbe trovato il coraggio.
La scena che cambia tono
A un certo punto don Abbondio sbotta: bisognerebbe essere nei panni di un povero prete. Il cardinale, invece di indignarsi, gli dà ragione su un punto: chi giudica dovrebbe sapere che cosa farebbe al posto dell'altro. È un momento di umiltà raro in un superiore, e don Abbondio ne è commosso, almeno per qualche istante.
Il giudizio
Il colloquio è il giudizio del romanzo sul suo personaggio comico. Non è una condanna senza appello: Federigo resta un pastore che cerca di correggere. Ma il lettore capisce che don Abbondio non cambierà. Alla fine del romanzo lo ritroveremo uguale, felice che la peste abbia tolto di mezzo don Rodrigo.